Europa, nel 2003 il boom dell'e-business
La società di ricerca ipotizza il decollo degli investimenti infrastrutturali e una consistente espansione del mercato Internet di massa

Italia, è l'ora dell'e-commerce
Nel 2001 più di 2,3 milioni di cittadini e 140mila aziende faranno shopping sulla Grande rete


Il nostro Paese ha superato la fase di «siti vetrina» ed entra nell'era del commercio elettronico
Italia, è l'ora dell'e-commerce
Nel 2001 più di 2,3 milioni di cittadini e 140mila aziende faranno shopping sulla Grande rete

Cosa è cambiato in Italia negli ultimi dodici mesi? Secondo gli analisti il 1999 è stato l'anno in cui il nostro Paese è entrato nell'era dell'economia digitale, Il V Forum italiano sul commercio elettronico, organizzato da Assintel, Fed, Unione e Promo.Ter in collaborazione con Il Sole-24 Ore, ha fatto il punto proponendo i risultati di una ricerca sul mercato nazionale dell'e-commerce. Andrea Maserati, presidente Fed. (Federazione economia digitale), ha evidenziato che i Paesi evoluti, come Stati Uniti e Nord Europa, iniziano a parlare di e-business, mentre l'Italia sta uscendo dalla fase "vetrina" per entrare nel commercio elettronico. Da una recente indagine di Fed emerge che l'82%, dei circa 180mila siti italiani dovrà essere rifatto. Maserati ha evidenziato i tre elementi che costituiscono un freno per lo sviluppo del mercato: qualità, costo della banda e risorse umane: «Mancano decine di migliaia di specialisti, è indispensabile che la scuola adegui i propri programmi alle esigenze del mercato. Per quanto riguarda le regole, Internet è aperta, globale e integrata, quindi è incongruente definire regole valide solo per l'Italia».
La ricerca, condotta da Sirmi per Assintel-Fed, si propone di fare il punto sulla diffusione di commercio elettronico business to business (tra aziende) e business to consumer (al dettaglio) analizzando motivazioni, aspettative, criticità, costi e modalità di implementazione e gestione delle soluzioni. L'universo di origine dell'indagine sono le imprese italiane con oltre dieci dipendenti, mentre quello di riferimento sono le imprese meccanizzate con oltre 10 dipendenti; da quest'ultimo è stato estratto casualmente un campione di 1.012 casi. Complessivamente sono state intervistate, con un questionario a risposte precodificate, 2.850 imprese e duemila famiglie.
«Nella nostra ricerca abbiamo scelto di non esagerare i numeri, ma le previsioni cambiano rapidamente - ha spiegato Enrico Acquati, direttore ricerche Sirmi -. Nel 1999 le aziende con accesso a Internet erano più di 641mila, nel 2000 supereranno il milione e nel 2001 la previsione è di 1.620.381, mentre le famiglie erano 2.861.000 nel 1999, supereranno i 4,5 milioni nel 2000 per raggiungere i 5,7 milioni nel 2001. Le imprese con sito risultavano più di 164mila nel 1999, diventeranno 295mila nel 2000 e oltre 400mila nel 2001».
Per quanto riguarda gli acquisti online, Sirmi stima nel 1999 490mila acquirenti residenziali e 28mila imprese, nel 2000 i residenziali supereranno il milione e le imprese si attesteranno su 64mila, nel 2001 più di 2,3 milioni di persone faranno shopping da casa, mentre le imprese saranno 140mila.
La ricerca evidenzia anche il valore annuo delle transazioni: 420 miliardi di lire per il business to consumer e duemila miliardi per per il business to business nel 1999, più di 1.100 miliardi per il dettaglio e 8.500 miliardi per gli scambi tra imprese nel 2000, valori che nel 2001 diventeranno rispettivamente 2.700 e 15mila miliardi.
Perché le aziende aprono un sito? Creare una presenza globale è la principale leva sia per le aziende con sito sia per quelle che stanno per aprirlo; al secondo posto, in entrambi i casi, vi è la soddisfazione del cliente. «La nota dolente è rappresentata dal livello di spesa: meno di 20 milioni, molto lontani dagli investimenti delle aziende americane - ha precisato Acquati -. Altri elementi preoccupanti emergono dalle motivazioni della mancata apertura del sito: il 43,4% non sa indicarle, il 10,6% ritiene l'Impresa già abbastanza conosciuta, circa il 13% indica la complessità di gestione (7,5%) e di implementazione (5,3%) e il 7,1% indica l'ostilità culturale del management. La maggior parte delle aziende utilizza il sito come una vetrina, sono ancora poche le imprese che hanno avviato realmente le attività di commercio elettronico e il 51,3% degli intervistati non sa indicare le motivazioni del mancato avvio, mentre il 13,9% indica come freno la necessità di una revisione dell'organizzazione e dei processi, il 13% identifica la mancanza di opportunità e il 12% indicano mancanza di normativa e sicurezza. La sicurezza (33,1%) riemerge tra i fattori critici per il successo di un'iniziativa di e-commerce, anche se al primo posto vi è la velocità del sito (61%)».
L'indagine evidenzia anche la clientela target delle iniziative di commercio elettronico. Tra le aziende con un sito il business to consumer è nel mirino del 43,9%, il business to business del 17%, mentre il 14,6% punta a entrambi; per quanto riguarda le aziende che prevedono di realizzare l'e-commerce, il 33,6% si rivolge al business to business, il 29,2% al business to consumer e il 21,1% a entrambi. I clienti nazionali sono "corteggiati" dal 65,9% delle aziende con hanno già avviato attività di e-commerce e dal 58,4% di quelle che prevedono di dedicarvisi; i clienti esteri sono ignorati dalle aziende già attive nel settore degli acquisti online e sono presi in considerazione solo dall'1,8% delle aziende che stanno pensando al commercio elettronico; puntano a entrambi il 34,1% delle imprese che offrono la possibilità di fare shopping online e il 36,3% di quelle che prevedono attività di commercio elettronico.
Il 41,5% delle aziende presenti nell'e-commerce non sa quali strumenti di pagamento utilizzare, il 22% usa carte di credito online e il 24,4% bonifico bancario via Web. Un altro punto interrogativo è rappresentato dalla consegna dei beni: il 32% ha accordi con gli spedizionieri, il 32% non collabora con spedizionieri e il 36% non sa indicare una soluzione; tra le aziende che pensano di iniziare l'attività di commercio elettronico il 56,1% ha previsto un accordo, il 24,7% non ha stretto alleanze e il 19.2% non si è ancora posto il problema.
L'ultima parte dell'indagine è dedicata all'implementazione e gestione delle soluzioni per gli acquisti via Internet. «Il 57,2% delle imprese ha utilizzato risorse esterne per l'implementazione della soluzione e il 27,3% vi ricorre anche per la gestione - ha precisato Acquati -. Nell'implementazione le software-house svolgono la parte del leone (44,3%), seguite dai consulenti (27,3% ); mentre per la gestione le software-house rappresentano solo il 28,6% e i consulenti, a pari merito con i Web developer, il 9,5 per cento. Lo scenario è in forte evoluzione, ma restano ancora troppe barriere da superare e la globalizzazione impone tempi brevi».

(Marinella Zetti - Il Sole 24 Ore)



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